Sua madre sbatteva i pugni sulla porta chiusa a chiave, urlava, si dimenava, e fra i singhiozzi ogni tanto si riusciva a captare qualche parola.
Tipo ‘aprimi’.
Tipo ‘esci’.
Tipo ‘non farlo’.
Tipo ‘ti prego’.
Claudia non usciva però. Claudia, così si chiamava.
Sbatteva lentamente le palpebre, come se fosse il movimento più faticoso del mondo. Probabilmente nelle sue condizioni in quel momento era veramente così faticoso. Aveva gli occhi stanchi a forza di osservare il sangue che lentamente ed inesorabilmente sgorgava fuori dal suo corpo. Fuori dai suoi polsi. E dalle gambe. E dalla pancia. E dal viso.
Lasciò cadere la lametta per terra, soddisfatta. Abbozzò un sorriso, sapendo che dopo aver sanguinato tanto non si sentirà mai più sanguinare dentro. Non pensava agli altri, come aveva sempre fatto. No, pensava a se stessa, ed alle paure che la immobilizzavano, alla solitudine che non le lasciava scampo, alle cicatrici che le persone le avevano lasciato impresse sul cuore, come tatuaggi, sempre pronte a venire alla mente e farla piangere sotto il cuscino per intere notti.
Non riusciva a continuare così.
Non aveva trovato nulla da fare.
Nessuno a cui aggrapparsi.
Aveva optato per la soluzione più immediata e semplice.
Aveva sfidato la vita. E stava vincendo.
La madre continuava a lanciarsi contro la porta, senza alcun risultato. Chiamò la polizia. Cercò di scassinare la serratura. Claudia ormai aveva smesso di ascoltarla. Sapeva che anche se fosse riuscita ad entrare, sarebbe stato troppo tardi.
Si lasciò abbandonare al suono delle gocce di sangue che cadevano sul pavimento freddo su cui si era seduta. Le sembrava il mare. Aveva il mare dentro. Un intero mare che mai aveva lasciato uscire, che mai era diventato tempesta, che mai era sgorgato fuori dal suo piccolo ed innocente corpo. L’aveva da sempre lasciato lì, a marcire dentro di lei, senza lasciare che nessuno si avvicinasse. Era un mare senza approdi e non avrebbe lasciato qualcuno affogarci dentro, come stava facendo lei. Non temeva per la sua vita, ma per quella degli altri sì. Sarebbe morta lasciando tutti quanti ignari di tutto ciò che le si era depositato dentro, ed era meglio così. Non l’avrebbero mai sopportato.
Tutto quello che aveva tenuto nascosto agli altri, e talvolta, anche a se stessa, ora stava letteralmente uscendo fuori da lei, e l’avrebbero visto tutti, l’avrebbero amato tutti, perché se sei viva il tuo schifo non può essere amato, ma se sei morta sì.
Claudia stava morendo.
Arrivò la polizia. Aprì la porta. Claudia era distesa, inerme, nel suo stesso sangue. La madre si gettò su di lei. Piangeva così tanto che non la si sentiva. Le cose troppo forti si esprimono sempre col silenzio. Non esiste voce abbastanza forte per renderne la profondità. Il silenzio dice molto più delle parole.
Tenne stretto a sé il corpo vuoto e freddo della figlia. Lo cullò. Le parlò. Le chiese perché. Aveva bisogno di sentire la sua pelle, rigida e congelata, per rendersi conto che non c’era più. La sua bambina, il suo raggio di sole, che era sempre felice ed entusiasta, che era sempre forte e determinata giaceva sanguinante fra le sue braccia tremanti.
Claudia era morta.
Suo padre tornò di corsa dal lavoro. Vide la moglie e tentò di abbracciarla, ma lei lo mandò via urlando. Non poteva più sentire il calore della pelle umana. Le ricordava quello che sua figlia aveva ormai perso per sempre.
Il padre si mostrò forte. Tentò di star vicino alla moglie, che perdeva la testa e a qualsiasi contatto fisico urlava e piangeva. Coprì tutte le foto di Claudia e chiuse la sua stanza a chiave, come Claudia aveva fatto per uccidersi. Di notte si metteva al computer a vedere i video e le foto di Claudia da bambina, quando il mondo per lei era ancora pieno di sogni e la vita era semplice e bella. Piangeva, in silenzio, si accendeva una sigaretta ogni dieci foto, anche se aveva smesso ormai di anni, e crollava, lontano da tutto e tutti. Era un dolore che non poteva dividere con nessuno e che nessuno voleva dividere con lui.
Più tardi la madre iniziò ad impazzire. Ed il padre iniziò a bere.
Suo fratello tornò il giorno dopo, con meno fretta del padre. Gli era insopportabile l’idea di mettere piede in quella casa, ma doveva farlo. Aveva le occhiaie e la pelle bianca. Aveva passato la notte insonne al freddo fuori casa. Non rivolse la parola a nessuno. In camera sua accese la radio, al massimo, con qualcosa di forte, con le chitarre elettriche che facevano tremare le ossa e si infilava sotto le coperte, chiudendo gli occhi, sapendo che era la stessa sensazione che Claudia aveva provato un minuto prima di non riaprirli mai più. Ogni tanto, a bassa voce, diceva qualcosa che mai in vita sua aveva mai detto. ‘Ti voglio bene’.
I mesi seguenti il fratello, Simone, iniziò a girare con brutte compagnie. Simone cominciò a drogarsi.
Diedero la notizia alla scuola.
Per i corridoi non volava una mosca.
Sentivi, ogni tanto, il sussulto di un singhiozzo nel vuoto, e nessuno sapeva da dove venisse quel suono, carico di parole mai dette. E che non potranno più essere dette perché la diretta interessata era morta.
Probabilmente veniva dal bagno, dove si era chiusa Giulia, la sua migliore amica. Nessuno l’aveva seguita. Nessuno poteva aiutarla. Nessuno le avrebbe portato via dalle spalle quel fardello, quel senso di colpa infinito e spaventoso che la mangiava. E la mancanza? Ed il vuoto?
Lasciava che il mascara le macchiasse il volto, come il sangue di Claudia aveva macchiato il pavimento.
Non era riuscita a ricucirle i polsi. Non era riuscita a ricucirle il cuore. Non era riuscita a nulla. L’aveva lasciata sola, non si era mai posta il problema di che mostri le abitavano dentro. Si diceva che se si fosse presa cura di lei, ora sarebbero sul divano a guardare un film insieme, abbracciandosi persino l’anima. Si diceva che era colpa sua, e che doveva esserci lei al suo posto.
Qualche mese dopo, Giulia iniziò a soffrire di anoressia e bulimia.
Dove nessuno poteva sentirlo invece, sul tetto, c’era Alessandro. Che urlava. In mezzo ad un tripudio di silenzio c’era Alessandro, che urlava, che si buttava contro le pareti, che dava calci alle porte ed ai ricordi. Alessandro, il ragazzo che per tutti e quattro gli anni di superiori che aveva passato con Claudia l’aveva amata più di chiunque. Alessandro, che ora l’aveva persa per sempre, gridava al cielo e si strappava i capelli, sul tetto della scuola, dove nessuno l’avrebbe trovato e avrebbe potuto rimanere da solo col suo dolore, come era stata lasciata Claudia: sola col suo dolore.
Non le aveva mai detto che l’amava. Forse se si fosse sentita amata ora sarebbero a baciarsi le ferite.
Negli anni Alessandro sviluppò una grave forma di depressione, e come Claudia, la chiuse a chiave dentro di sé.
In classe, sotto gli occhi di tutti ma dentro gli occhi di nessuno, c’era Sara invece. Là, dove la potevano vedere e sentire tutti. Ma lei stava ferma e zitta, e nessuno la guardava e nessuno la sentiva.
Nessuno sentì che in lei si era appena incrinato qualcosa. Sì, proprio in quella stronza di Sara. Che passava le giornate a prendere in giro le persone ed a farle sentire inferiori. L’aveva fatto anche con Claudia. E Claudia ora non c’era più.

Un giorno Sara prese a tagliarsi, per ricordare al suo corpo quello che aveva passato Claudia anche a causa sua.
Amici, parenti, conoscenti e anche le persone che l’avevano solo vista camminare per i corridoi della scuola si tenevano il dolore incastrato nelle costole, incapaci di lasciarlo divampare. Li corrodeva, li mangiava dentro, li faceva sanguinare ogni singolo organo.
Le loro vite continuavano. Non si sa bene come.
Claudia era morta. Nessuno avrebbe mai imparato a convinverci. Non bene perlomeno.
Claudia era morta e tutti, per sempre, sarebbero vissuti coi ricordi, le notti in bianco e gli incubi che come ombre li avrebbero seguiti e non li avrebbero lasciati soli.
Che vita potrebbe mai essere questa?

Ragazzachenonsapevavolare. (via 3014chilometri-di-troppo)